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#Iomiproclamo è il podcast in cui imparerai a creare la tua marca personale, attraverso un percorso completo che poggia le sue fondamenta sulla naturale vocazione e talento dell’individuo.

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03 – Impara a fissare gli obiettivi giusti

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E poi?

Cosa succede quando hai ottenuto quello che volevi?

Cosa accade quando, dopo infinite lotte, sprint, notti insonni e episodi aritmici raggiungi ciò che sognavi?

La verità è una: tutti ti preparano a vivere la corsa, ma nessuno ti suggerisce come accogliere i giorni che seguono l’arrivo.

Il maratoneta è tale anche quando taglia il suo traguardo. Eppure chi si preoccupa del suo inevitabile calo di adrenalina? Chi lo incita pochi metri dopo l’arrivo? Chi lo scorta fino a casa per ricordargli che è stato bravo, a finire tutti i 40 km sulle sue gambe, senza svenire e stramazzare a terra a metà percorso?

Pensavo a questo, mentre osservavo gli ultimi tasselli mancanti prendere il loro posto.

E ho avuto paura, perché io con l’adrenalina ho un rapporto non sempre equilibrato. Ne voglio ancora, di nuovo, sempre di più. Eppure il mio corpo è stanco, e mi dice “bella, datti una calmata”.

Lo condivido con te, perché so già che non sono sola.

Non sei sola neanche tu.

Presto correremo insieme, ancora una volta.

Intanto, respira a fondo.

E ricorda: no por mucho madrugar amanece más temprano.

Il vuoto riempilo con i libri, con la musica, le matite, i fogli a puntini, le storie altrui.

Il vuoto è importante. Il silenzio, se associato all’ascolto, è fondamentale.

Cosa c’è lì dentro che non hai ascoltato?

Quella sei la vera tu. E se non hai niente da dire, è perché non c’è sempre da parlare. A volte anzi, c’è solo da stare a sentire.

#breathe




#littlestoriesofmylife #faidellordinariounapoesia #esercizidibellezza #storieinviaggio #lascritturahaloroinbocca #rincorrerelabellezza #paroleamestessa #feliceadesso #seminailbello #vivodiparticolari #hounastoriaperte
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322 26

Domani è il grande giorno.

Sarà diverso da oggi? Qualcosa cambierà?
Non lo so.

Spero solo vi prenderete cura di lui.

Ve lo affido, ormai è questione di ore.

Chiudo gli occhi.

Mi sento piena, stanca, incosciente. Euforica. Poi calma.
Mi scoppia la testa.

Ho scritto un libro, e domani sarà pubblico. Lo tocco, eppure non capisco.

Non ci arrivo, non realizzo.

Mi ricordo, di me piccola, del diario col lucchetto, dei sogni confessati in ciabatte davanti al caminetto, di mia madre che mi diceva “vedrai”, quando io non potevo crederci.

Mi ricordo delle grida, dello scherno, dei “sei una suora”, “sei brutta”, “sei soggetta”. Di quando studiare era una vergogna.

Mi ricordo dello spazio, sempre troppo stretto. Io non ci stavo mai, ma ci volevo entrare.

In realtà, è tutto già diverso, cambiato. Devo solo realizzarlo.

Forse domani.

#Lefigliedelbarrio #-1
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Mi ricordo che da bambina ero perennemente combattuta tra il desiderio di essere cool (definizione di cool: leggere il Cioè anziché Topolino, usare il cavallo basso anziché i bootcut, avere un occhio coperto dal ciuffo come Terence di Candy Candy anziché la coda bassa con la riga in mezzo) e il voler essere me stessa.

Chi era me stessa?

Era il GGG, Valentina, poi Jane Austen, Emily Brönte, Gabriele D’Annunzio, la fascetta slabbrata di vellutino marrone, le figurine in gesso, gli acquarelli, il diario, i ferri da calza.

Oggi non vivo più quel conflitto. E quindi, mentre il mondo va a rotoli, io cerco un po’ di conforto nel sapore del passato, in una maglia legaccio che mi ricorda il broncio di nonna quando perdevo un punto e la costringevo a ripescarlo per me, distraendola dai suoi complicatissimi calcoli e dal nuovo amore di Ridge Forrester.

Mi raccontate di quell’hobby tenuto nel cassetto che nessuno dei vostri coetanei sembrava condividere? Lo praticate ancora?

Vi leggo mentre cerco di capire come si attacca il secondo gomitolo al primo (se qualcuno ha idea di come funzioni DM ME ASAP).

#capodimestessa #gowildconiferridacalza #maglieriahardcore #ceraunavoltaunospiritoantico
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Viveva lì da poco, forse da qualche giorno, o settimane.

Dopo tanto girarsi e rigirarsi nelle lenzuola aveva deciso di andare a sedersi sul tavolino sbilenco in balcone.

Nella facciata davanti la osservavano attenti alcuni azulejos turchesi e un po’ di intonaco screpolato, ma lei guardava in fondo alla via. Cercava una prospettiva, e nel frattempo sistemava il tabacco nella cartina. Non lo sapeva, ma quella sarebbe stata tra le sue ultime cinquanta sigarette.

Portava i capelli sparsi sulla schiena. Erano lunghi, ma lunghi davvero. Di solito per dormire li sistemava in due trecce, ma quella notte non ne aveva avuto voglia. Quella notte si sentiva strana.
Quella notte le pesava la vita.
Ma non era il motivo per cui non riusciva a dormire: la verità è che aveva avuto una corazonada, un palpito. Voleva cambiare.

Se passassi da quelle parti mi fermerei lì sotto e le tirerei un sassolino. Lei mi guarderebbe stranita, si spaventerebbe forse. Penserebbe che ci faccio con dei mocassini ai piedi, e con i capelli alle spalle senza più biondo.
Io riderei, dimostrandole che i denti sono ancora gli stessi. Prima o poi me li farò sistemare.

“Hey, mi senti? Andrà tutto bene. Non avere paura. Ti stai solo preparando per una vita migliore. Le persone, quelle che ti stanno succhiando la linfa vitale, sì dai, lo sai di chi parlo… lasciale andare. Senza paura. E butta quella sigaretta, che l’armadio ti puzza di tabacco!”.

Ecco cosa le direi. E lo farei con tenerezza. Ma non me ne andrei senza gridarle un sincero “sono fiera di te”.

Perché io lo so cosa ha vissuto quella ragazzina scalza seduta sul balcone della sua cameretta di calle Goles 43.

Sembra incredibile, eppure nel suo cuore c’era il germe della pienezza e della gratitudine di oggi.

A volte la vita non ci da subito quello che chiediamo. A volte non lo fa, ma perché la vita è più intelligente di noi. Lei sa quando siamo pronti per ricevere.

Non temere se oggi è stata una giornata triste: ti stai solo preparando per accogliere la gioia che adesso non potresti contenere.

#callegoles43 #nonsiiniziariuscendoci
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416 30

Ho immaginato centinaia di migliaia di volte questo momento.

È successo tutto molto in fretta. Ero appena tornata dal supermercato. Due zucchine, un po’ di panna e dei ravioli, maglietta di Topolino, jeans e sneakers.
Insomma, non ero pronta.

“Arianna, mira que ha llegado un paquete para ti”.

Aspettavo diverse cose, non immaginavo fosse Lui il pacchetto in questione.

Mi è bastato leggere chi fosse il destinatario per avere un microinfarto.

La prima cosa che ho fatto è stata correre nella cameretta.

Ho chiuso la porta, mi sono seduta alla scrivania dalla quale ho mandato la mail che ha dato il via a tutto questo incredibile susseguirsi di eventi, e l’ho tenuto in grembo per qualche secondo.

Pensavo di volere un ricordo tutto per me, ma la prima cosa che mi è venuto spontaneo fare è stata premere sul tasto “diretta” (sul momento ero abbastanza certa che non avrei piagnucolato live come un’ospite di Barbarella, ma ci ho messo così tanto ad aprire il pacco che avevo già troppe lacrime in canna per poterle trattenere).

Questo libro non è solo mio. Questo libro è NOSTRO. E così ho voluto che fosse il momento del primo sguardo.

Grazie per aver creduto in me e avermi aiutato a realizzare questo sogno.

Non vedo l’ora di vederlo tra le vostre mani.

#LeFiglieDelBarrio #prossimamenteinlibreria @bookabook_it
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Per un mese la mia sveglia ha suonato alle 4 e 40. Era buio, e io dormivo nel letto a cassetto di una bambina di due anni. Mi piace svegliarmi almeno un’ora prima dell’orario per cui devo essere pronta, per poter fare le cose con calma, ma svegliarsi alle 4 non la vedevo una buona idea. Specie perché a letto riuscivo a mettermici alle 11 se buttava bene.

Arrivavo al lavoro con gli occhi socchiusi (nonostante mi strofinassi la faccia con il sapone, si rincollavano sempre), un set in un’isola che raggiungevamo con una barca di legno. Balzavo giù da quel guscio sgangherato con le chiappe bagnate ogni sacrosanta mattina. Ad attendermi c’era un caffè diluito e delle merendine in busta. Erano dure e stantie, ma le mangiavo perché dovevo resistere fino a pranzo sotto il sole di fine luglio.

Poi la mia sveglia iniziò a suonare alle 7 meno un quarto.

Nell’istante in cui provavo ad alzarmi sentivo il corpo pesante, la testa pesante, i pensieri pesanti.

Avevo ancora lo stomaco chiuso, nessuna colazione poteva servirmi da incentivo. Una volta sul posto mi trascinavo al chiosco accanto alla pompa della benzina. Lì compravo una baguette, e la mangiavo “a secas”. Volevo solo riempirmi lo stomaco con qualcosa di veloce. E comunque qualunque alternativa (insaccati a un’euro, panini pronti congelati farciti con robe di cui non capivo né il nome né la possibile consistenza) mi sembrava poco appetibile.

Continuò così per un po’ di tempo, poi iniziò a suonare alle 8. Lavoravo in centro, e facevo le cose con calma. Per qualche mese le mie ossa non hanno fatto i capricci, anche perché sapevo di poter ordinare una tostada con tomate e un caffè più o meno decente. Una magra consolazione, che mi serviva per allontanare da me quell’ammasso di notifiche che illuminavano il pc della mia postazione.

Oggi la sveglia non suona. Lascio che siano i primi raggi del sole a svegliarmi. Al più tardi mi sveglio alle nove. Prendo il mio eutirox, mi faccio una doccia, mi vesto e scelgo tra caffellatte e tarallucci, o scelgo un bar in cui ordino cappuccino e cornetto, o tostadas olio, sale e pomodoro.

[continua nel primo commento]
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In passato ho collezionato un lunga serie di clienti tossici.

Ho avuto quelli che sparivano prima di pagarti, quelli che ti facevano lavorare sulla proposta per giorni chiedendoti di approfondire l’idea per poi non darti un centesimo e provare ad applicare in autonomia quanto da te concepito, quelli che a fine mese ti vogliono pagare la metà perché “eh ma alla fine sicuramente hai lavorato meno ore di quelle previste”, ma anche i “da domani i social me li gestisce mia nipote, tanto più o meno guardando quello che fai tu ha capito cosa deve fare”. E infine i miei preferiti: “non ho soldi, ma posso darti visibilità”.

La colpa non è loro, esattamente come la colpa non è dei fidanzati nefasti che - guarda un po’ - capitano sempre tutti a te.

I capi e i clienti tossici arrivano soprattutto quando tu non sei consapevole del tuo valore, oppure ne sei consapevole ma non riesci a dimostrarlo (a volte perché sei bloccato, e hai paura di non saperlo fare, quindi non lo fai direttamente e ne subisci le conseguenze).

Il problema alla base è l’assenza di consapevolezza, e soprattutto il non aver interiorizzato il vero significato di assertività.
Nel lavoro non esistono gerarchie. Non a livello personale almeno. Un cliente non vale più o meno del freelance a cui si rivolge, così come un dipendente non vale meno del suo capo. Stiamo tutti sulla stessa linea, e tutti ci guardiamo negli occhi. O almeno dovremmo.

Succede però che alcuni capi ti sorprendono con la testa china, e allora ne approfittano per mettersi in punta di piedi e farti credere che esista un dislivello.
Succede che quel cliente che viene da te, con il suo piccolo gruzzoletto in pugno che tanto brami, si senta di poter dettare legge perché tu non hai mai stabilito le condizioni per primo (per vergogna, per paura, per insicurezza. Le ragioni per no lavorare alla propria strategia di marketing e marca personale posso essere molteplici).

Se tu fai le regole del gioco, gli altri si dovranno adeguare. Se sarai assertivo nessuno si azzarderà a calpestarti.
Alza la testa, guardali bene: tu servi a loro quanto loro servono a te.

[continua nel primo commento]
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